Andrea Coghe: “Il Palio è un gioco da adulti.”

Il Verrocchio (Eleonora Mainò): Siena 19/07/2017
A noi del Verrocchio i giovani stanno  a cuore, ve lo abbiamo raccontato più volte. Li seguiamo con attenzione perché saranno loro il Palio di domani, perché li vediamo impegnarsi tanto e dare molto e spesso avere poche occasioni, perché già di per sé il Palio è un gioco poco generoso, quello di oggi è ancora più chiuso e con poca predisposizione ancora al ricambio, tanto è che, a differenza del passato, oggi assistiamo ad “esordi attempati “, occasioni che arrivano dopo molta attesa, come l’esordio di Andrea Coghe, finalmente detto Tempesta, nel Palio di Provenzano. Noi, al solito, proveremo a raccontarvi questo momento da un’angolazione particolare.

“Per assurdo l’esordio  è arrivato nell’anno in cui forse me lo aspettavo di meno – ci dice subito Andrea –  A livello di contatti l’inverno è stato più freddo e forse anche per questo, nonostante il sogno certo non si fosse esaurito, ho cercato di scacciarlo dalla testa, di fare tutto in maniera diversa dal passato. Rimaneva il mio obiettivo principale che però tenevo nelle retrovie dei mie pensieri Ho desiderato da sempre questo momento ma quando mi sono trovato a viverlo nella realtà ho capito che non c’è niente come quella Piazza; puoi sognarla, immaginarla, volerla con tutto te stesso, ma quando ci sei dentro è tutta un’altra cosa, Piazza del Campo ti guarda in faccia e te non puoi abbassare lo sguardo, la devi affrontare a viso aperto. Ecco, quando mi ha guardato ho capito che per sostenere quello sguardo severo, quell’attesa era stata salutare perché  ci vuole un po’ di strada fatta alle spalle, non basta il grande sogno nel cuore, ci vuole consapevolezza dei propri mezzi, basi tecniche, lavoro, lavoro, lavoro, una  bella dose di maturità non solo come fantino ma anche come persona e un bagaglio di esperienze alle spalle, sia belle che non, attraverso le quali bisogna essere passati come fossero state una  sorta di selezione all’ingresso.”
E’ stato un palio, quello di luglio allungato nei tempi, dilatato, con tempi fuori dal normale, come è stato il percorso di Tempesta in quei 4 giorni?
“E’ iniziato con una  tratta che mi ha soddisfatto, sia la batteria con Radesky che quella con Lauretta Mia, dove ho dato gas,  perché avevo voglia di sentire addosso la sensazione di galoppare forte in Piazza, poi il lungo pomeriggio dell’assegnazione, quello a prescindere che tu sia un big un esordiente un fantino quasi con la monta sicura è senza dubbio il momento peggiore perché puoi solo sperare che i pezzi del puzzle combacino, che arrivi il cavallo giusto nella contrada giusta, e Solo Tue Due e la Selva lo erano per me .Ho cercato di assorbire da subito tutto, suoni, voci, sensazioni e momenti, quei momenti magici che rendono unica questa città. Io sono e mi sento senese, ho vissuto per ovvie ragioni il Palio da sempre ma sempre  sotto un altro aspetto, avendo la fortuna di scoprire negli anni tante contrade, tutte realtà una diversa dall’altra che però sono  l’anima vera del Palio e non volevo perdermi nemmeno un attimo. A tratti mi sembrava di essere ancora il bambino di allora, come se ci fosse un altro me che dal punto di vista delle emozioni viveva una  realtà parallela, il discorso alla cena della prova generale, l’importanza di far capire in pochi minuti a tutta la contrada il mio percorso di vita  e professionale e la determinazione che mi hanno portato fino a lì, la benedizione con quel carico di sacralità e di adrenalina che sprigiona, il soprannome (non l’ho voluto sapere prima) scelto per me e  la segnatura dei fantini, ecco in  quel momento, anche se fin da subito per il clima sereno e di fiducia che ho sentito in Contrada non ho mai avvertito dubbi sul fatto che sarei arrivato fino al Palio, mentre il Sindaco leggeva l’articolo del regolamento relativo al soprannome, ho capito che da quel momento preciso  avevo fatto il primo passo effettivo nella storia del Palio.”
Ecco il 2 luglio, diverso e nuovo per te.
“E’ stata una giornata intensa, nonostante viva di Palio da sempre, non avevo mai vissuto quell’aria che si respira in città il pomeriggio soprattutto, i tamburi ovunque, un ‘atmosfera surreale che coinvolge anche i mattoni e i piccioni… e un momento che non dimenticherò mai, l’urlo finale dei barbareschi, quando ormai anche le dirigenze sono uscite, ognuno al proprio barbero che diventa una voce sola e squarcia l’aria ovattata dell’Entrone.”
E’ iniziato dalla mattina il tuo giorno del Palio?
“È iniziato al primo passo del soprallasso in Piazza, per me, messa la montura era già Palio, già corsa.”
La storia del tuo esordio sembra aver chiuso un cerchio tra la Selva e i Coghe, un cerchio aperto dall’agosto del 90 e che si è chiuso nel momento in cui, uscito dall’entrone hai preso il nerbo.
“E’ sembrato un giro del destino anche a me.Con loro i rapporti c’erano già dalla dirigenza passata, quest’anno si erano un po’ diradati ma mi avevano dato due tre indicazioni, soprattutto mi avevano chiesto di lavorare sulla partenza.Ma il Palio è fatto anche di questo è una  combinazione tra destino, la storia del mio babbo, determinazione, la mia, e scelte, quella della Selva di montarmi.”
Sulla partenza ci hai lavorato, è evidente dall’uscita dai canapi.
“E’ stato un battesimo sul tufo lungo, il mio, poche occasioni  per provare e quindi per contestualizzare me e il cavallo in quella situazione, una  mossa durata tanto ma nell’effettivo un minuto e mezzo, sono stati momenti dilatati in cui c’era solo una priorità per me : mantenere la concentrazione e approfittare di quei minuti per capire meglio cosa potevo tirare fuori da Solo Tue Due. E quando è andato giù il canape ho fatto quello che pensavo fosse la cosa migliore, stringere le gambe e spingere; gli attimi in cui sono stato primo mi sono sembrati ore,ho avvertito la sensazione  di poter ragionare con il tufo libero davanti. Nel Palio di oggi, tolta la vittoria all’esordio di Scompiglio, è difficile che a vincere sia un esordiente, c’è una  sola cosa che si può fare al primo Palio, far vedere cosa si ha dentro, farsi misurare da Piazza del Campo. Per ogni fantino è normale sognare Siena, può succedere di poter riuscire a correrlo, il Palio, ma essere un fantino da Piazza del Campo è un’altra cosa, non è da tutti e finchè non si prova cosa vuol dire, non si può dire di poter essere tagliati per quella conchiglia. Tempesta ha cercato di far vedere che lì dentro può giocarci.”

Credito fotografico: Jassica Ibba

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